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Lurago d'Erba / 2007 - olio su tela - cm 40x40

Lurago d'Erba / 2007 - olio su tela - cm 40x40

Qui dal limite / 2008 - olio su tela - cm 70x70

Qui dal limite / 2008 - olio su tela - cm 70x70

Genius Loci / 2010 - olio su tela - misura variabile

Genius Loci / 2010 - olio su tela - misura variabile

La fiera di Edo / 2007 - olio su tela - cm 50x50

La fiera di Edo / 2007 - olio su tela - cm 50x50

Nato a Como nel 1966. Vive e lavora a Como.

Mostre Personali
2009
Saluti & Baci, A&D Art Gallery, Como.
2007
Guardando Fuori, doppia personale, Lurago d’Erba, Como.
2007
My Time, Chocolat caffè, Lecco.
2005
NarteN, Floricoltura e giardinaggio “Tagliabue il verde”, Erba, Como.
2002
Universi Paralleli, doppia personale, Sant’Eufemia, Erba, Como.
1996
Arte Giovane, Chiostrino di Sant’Eufemia, Como.
1992
Antonio Bernardo, Chiostrino di Sant’Eufemia, Como.


Mostre collettive
2012
The new talents, Galleria Marchina Arte Contemporanea, Brescia.
2012
Selezionato, V Premio Movimento nelle Segrete di Bocca, Libreria Bocca, Milano.
2011
Un soffio d’arte, Asta Benefica, Spazio Culturale Antonio Ratti, ex Chiesa di San Francesco, Como.
2011
Summer exhibition, Galleria 44 Arte Contemporanea, Torino.
2010
Christmas Showcase, Galleria Doppia V, Lugano.
2010
Finalista, Premio Speciale Nuove Tecnologie, Palazzo della Permanete, Milano.
2010
Ecosynthesis, Museo Giovio, Como.
2010
Summer exhibition, Galleria 44 Arte Contemporanea, Torino.
2009
Finalista, 1° Concorso Internazionale Aperitivo illustrato, Ancona.
2008
L’intramontabile Serenissima, A&D Art Gallery, Como.
2008
Finalista, 13° Concorso Nazionale d’Arte Contemporanea Saturarte, Genova.
2007
Finalista, Premio Arte, Palazzo della Permanete, Milano.
2007
Finalista, 7° Premio Nazionale di Pittura e Scultura città di Novara, Novara.
2007
Finalista alla rassegna internazionale, Filare il tempo – 2007 miniartextilcomo, Como.
2006
Finalista, 1° Premio di pittura e scultura Rocco Addamiano, Nova Milanese, Milano.
2002
Indovina Chi? Villa San Giuseppe, Erba, Como.
1996
Collettiva d’Arte Contemporanea, Villa Camozzi, Grandola ed Uniti, Como. 

LA LUCE COME MATERIA DEL SOGNO
di Alessandra Redaelli

Quando ho conosciuto Antonio Bernardo, qualche anno fa, sono rimasta subito colpita dalla freschezza della sua pittura. La freschezza, nell’arte, è un’abilità rarissima e preziosa; è un dono ineffabile e non passibile di misurazione. Ma è anche una qualità inequivocabile, riconoscibile sia dall’addetto ai lavori che dal profano, e si definisce per quel senso di autenticità e di benessere immediato che l’opera d’arte procura.
Ecco, subito, già allora, i dipinti di Antonio Bernardo mi comunicavano benessere e verità. Calato in pieno in quel momento storico, che allora vedeva il trionfo della Nuova Figurazione, l’artista raccontava il mondo attraverso scorci immediati come foto rubate. Il soggetto, spesso in primo piano, era colto di tre quarti, sfuggente; dietro si intravedeva un’architettura e a quel frammento era affidato il riconoscimento del luogo. La vetta della Torre del Filarete o una parte della facciata del Duomo erano Milano, e a volte bastava anche solo un pezzetto di cartello stradale scritto in inglese per evocare tutta un’atmosfera di Avenue fitte di traffico e di grattacieli svettanti. C’era in quei lavori il piglio del reporter, ma di un reporter dotato di un consistente bagaglio di poesia.
C’è un’opera emblematica, di quel periodo, che da sola potrebbe riassumere tutta la filosofia di Antonio Bernardo. E’ datata 2008 e si intitola Qui dal limite. La ragazza, benché in primo piano, è tagliata a metà sulla destra dell’inquadratura; dietro, a dominare l’immagine, c’è un grande edificio grigio, incombente, probabilmente in costruzione. Lo si intuisce dalla rete di delimitazione in plastica rossa che occupa la base del quadro. La scansione degli spazi è perfetta, e anche l’equilibrio dei volumi così come quello dei colori: tutti giocati su toni tenui – dal grigio al turchese – e poi improvvisamente alzati da quella macchia rossa in basso, in primo piano, e dal bordo sempre rosso del mezzo cartello stradale di divieto d’accesso che si intravede. Su tutto, la luce del sole si spande a macchie dilaganti che virano i colori e di cui sembra di poter avvertire il calore.
La chiave di tutto, nel lavoro di Antonio Bernardo, è proprio quella luce splendente come una benedizione. Una luce che lui ottiene giocando di contrappunto tra pieni e vuoti, incidendo lo spazio con unghiate di un bianco calcinato che scolpiscono e sottolineano ogni volume.
Il vuoto, in questo caso, non si avverte come mancanza, ma piuttosto come momento di sospensione, come la pausa in una partitura musicale, quella che crea l’attimo di attesa prima del crescendo, del pathos.
E questa pausa, questo vuoto che non è mai vuoto, è pura luce. Una luce che dilaga sul soggetto, invade gli sfondi, esplode nel cielo e si rivela anche capace di redimere il grigiore dell’asfalto. Luce che sostanzia il quadro, ingrediente imprescindibile e mirabilmente dosato.
E quando il soggetto è ritratto in mezzo al verde, magari su un prato, la luce si sfrangia, si frantuma in un miliardo di bagliori, si moltiplica, si riflette e si rifrange con un effetto caleidoscopico che fa pensare all’Impressionismo.
Non tanto al languore di un Monet quanto alla lirica adorazione della natura di un Pissarro. Basta vedere un lavoro come Confetti, del 2012, per convincersene.
Qui il gioco dell’artista è ancora più sofisticato. Sceglie un soggetto senza tempo:
una famiglia seduta a un tavolo in un giardino. Se non fosse per l’abbigliamento, questa famiglia potrebbe essere tranquillamente collocata un secolo fa.
Lo sguardo ieratico e la postura fanno pensare in maniera molto diretta a un quadro, in particolare:
Il balcone di Manet. Ma mentre ne Il balcone la luce è solo appannaggio dei soggetti che, anzi, sembrano emergere dal buio.








Qui, nel lavoro di Antonio Bernardo, è la luce la vera protagonista. Il bianco delle camicie e degli abiti è come un grumo di luce che si rapprende intorno ai soggetti, al centro del quadro, e poi ecco che il grumo va espandendosi, dividendosi e moltiplicandosi sul prato, tra i fili d’erba, tra le foglie degli alberi e poi, ancora più in là, sulle colline fino a conquistare tutto l’orizzonte.
La scansione di vuoti e di pieni con il suo portato di luce si è fatta, in questi anni, sempre più raffinata ed elegante.
Più matura.
Negli esterni, come per l’appunto in Confetti, ma anche negli interni e nei primi piani, come possiamo vedere oggi in mostra. Fragile è molto più che una personale. Fragile è un progetto completo dove pittura e installazione si affiancano in un percorso che procede come una narrazione con un finale a sorpresa.
Ogni personaggio racconta il suo bagaglio di sogni e speranze e quel bagaglio è proprio lì, reale e tangibile, ai piedi della tela, concretizzato in una scatola di cartone.
Piena di bambole per la bambina, di ricordi e fotografie in bianco e nero per la signora, foderata di erba per il cucciolo e intricata di strade e mappe per il giovane viaggiatore.
Sogni capaci di sorprendere, come la sontuosa torta a due piani per il ragazzo dalla schiena tatuata, o sottilmente ambigui, come l’abito bianco della ragazza, leggero come una nuvola, forse anticipatore di un destino da stilista o forse di un sogno romantico di futura sposa. Il soggetto ora è centrale, ben inquadrato, protagonista.
Qualche volta, addirittura, “guarda in macchina”, sostenendo lo sguardo dello spettatore. I piani del volto sono solidamente costruiti sempre per merito di quel gioco di vuoti e di pieni arrivato oggi a vera maestria. Anche se non si conoscono personalmente i soggetti, si intuiscono veri, profondamente somiglianti, colti nella loro essenza.
Concreta con un velo di nostalgia quella della signora, curiosa quella del ragazzo, timida e incerta quella della ragazza dal maglione blu.
La luce dilaga sul volto, ne
scolpisce i tratti e le espressioni, costruisce, pennellata su pennellata, gli indumenti e poi, sullo sfondo, diventa padrona assoluta di un non luogo che è il nulla e l’ovunque.
Che rende queste persone realissime e al tempo stesso archetipi di un’umanità, la nostra, che ha un bisogno spasmodico di sognare.
E così, in una storia che è un crescendo, l’artista ci regala anche quelli che potremmo definire piccoli sogni
pret-à-porter. Dipinti sul cartone riciclato delle scatole, ecco una ruota di bicicletta e un ramo di pesco a raccontare sogni di libertà; barattoli vuoti e lucenti pronti a contenere (e conservare?) i sogni che potrebbero scappare; e poi un gatto mascherato per sogni indecifrabili e gli orologi per sognare di fermare il tempo.
In fondo, a conclusione del percorso, uno specchio sorprende lo spettatore.
E, ai piedi dello specchio, l’ultima scatola.
Ora tocca a lui guardarvi dentro per capire quale sia il suo vero sogno.
E poi lottare per realizzarlo.


Antonio Bernardo