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F.F.F. Four Friends Forever

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The Awarness of a New Life

The Awarness of a New Life

The Rosary of Memories

The Rosary of Memories

The Time without Meaning

The Time without Meaning

Blue Black, resina verniciata stratificata, A 63, L 110, P 60 cm

Blue Black, resina verniciata stratificata, A 63, L 110, P 60 cm

Johnny Boy - Fiftysix blank pages, A70, L 80, P 50 cm

Johnny Boy - Fiftysix blank pages, A70, L 80, P 50 cm

Iperfante - Resina verniciata, stratificata, calamite - A210 L180 P150 cm

Iperfante - Resina verniciata, stratificata, calamite - A210 L180 P150 cm

Giovanni Motta e` nato a Verona nel 1971.
L’artista, figlio d’arte, si esprime attraverso pittura e scultura. I suoi dipinti sono il frutto di un’elaborata e complessa tecnica pittorica dove lo studio del colore e della forma sono protagonisti indiscussi.
Nella poetica di Motta, dove spesso le tematiche affrontate sono quelle della memoria e del ricordo, mezzo pittorico e scultura non entrano in contraddizione, ma anzi, il dato oggettivo e la percezione della realta`, rappresentati dalla pittura tendono ad amplificare l’idea di fantasia soggettiva che sottende la scultura, secondo una logica di alterazione e trasformazione che intercorre nell’utilizzo congiunto di entrambi i mezzi.
Le sue opere, dal forte impatto visivo e al limite del fantastico, partono dalla ricerca e dallo sviluppo del ricordo di momenti legati all’infanzia. Il suo e` un alfabeto contemporaneo contaminato dalla cultura nipponica, dallo stile cartoon e da cartelle colori vivaci rigorosamente impiegate a tinte piatte. 

Quando eravamo più giovani

di Ivan Quaroni


“Tu sei il fanciullo eterno, che vede tutto con maraviglia, tutto come per la prima volta.”
(Giacomo Leopardi, Il fanciullino)


“Potete scegliere di cambiare e permettere ai miracoli di farsi avanti nella vostra vita.”
(Joe Vitale, Expect Miracles)



“La creatività non è periferico-dipendente”, sostiene Bruce Mau, un innovativo designer canadese impegnato nell’applicazione dei principi di progettazione ai più disparati campi della salute, dell’educazione e della sicurezza. Secondo Mau, infatti, per creare è necessario dimenticarsi della tecnologia, evitando i software che sono ormai a disposizione di tutti, e cercando di pensare con la propria testa. Uno dei più fatali errori in arte consiste nel confondere l’innovazione con la mera novità, ma è un errore che Giovanni Motta non ha mai fatto. La sua ricerca artistica si avvale della tecnologia in modo sensibile, peraltro senza mai prendere il sopravvento sull’aspetto creativo e fantastico o sul contenuto puramente artigianale del lavoro. La tecnologia è semplicemente uno strumento che abbrevia i tempi di realizzazione, ma non necessariamente quelli di progettazione, e che aiuta l’artista ad accorciare il percorso tra l’idea e il manufatto che la rappresenta. A Bruno Munari piacerebbe il modo con cui Giovanni Motta risolve i problemi connessi allo sviluppo di un pensiero e alla sua relativa concretizzazione fisica perché, sono certo, che il suo iter sia la messa in opera dei concetti e delle intuizioni che il famoso designer italiano ha fissato nelle pagine di Da cosa nasce cosa, il manuale di progettazione che tutti gli artisti dovrebbero conoscere.
Lo studio di Giovanni Motta somiglia a un laboratorio tecnologico perché per realizzare le sue sculture, l’artista si avvale di strumenti sofisticati, come scalpelli e stampanti 3D. Questo non significa, però, che l’intero processo sia automatizzato. Tutt’altro. L’artigianalità della modellazione in scultura, come pure l’acribia tecnica della miniatura (e della serigrafia) in campo pittorico sono quelli tradizionali. La sua è una ricerca profondamente umanistica, in cui la fusione di arte e tecnica conduce a risultati strabilianti, ma di cui, fatalmente, o forse fortunatamente, l’osservatore non può accorgersi. Qualcosa di simile accade nelle opere di Takashi Murakami o di Jeff Koons, in cui l’impatto iconico sovrasta, e anzi obnubila, i dettagli tecnici della produzione. In sostanza, la forma finale cancella l’iter e libera l’oggetto dai presupposti ideativi, concettuali e strutturali che presiedono alla sua creazione, per lasciar prevalere lo stupore e la meraviglia delle immagini, elementi chiave del suo modo d’intendere l’arte.

Tutto il lavoro di Giovanni Motta ruota, infatti, attorno alla natura prodigiosa dell’esistenza umana, alla qualità portentosa, e a tratti terrificante, della vita stessa, a quella particolare energia che nell’età adulta sembra opacizzarsi e depotenziarsi drasticamente, ma che è, invece, vivida e pulsante durante i periodi dell’infanzia e della pre-adolescenza.
Si tratta di un tema che vanta una pubblicistica sconfinata e che parte virtualmente dalle formulazioni mitologiche del puer aeternus e arriva fino alle recenti teorie sui Bambini Indaco. In mezzo c’è ovviamente gran parte della letteratura fantastica occidentale - dal Piccolo Principe di Saint-Exupéry all’Alice di Carroll e al Peter Pan di Barrie - ma anche dell’immensa produzione di manga e anime giapponesi, che ha praticamente ridefinito l’identità fisica e psicologica dell’infanzia nell’era post-atomica.
L’universo artistico e visivo di Giovanni Motta è, direttamente e indirettamente, suggestionato da questi riferimenti culturali, come si può evincere dalla fisionomia dei suoi mostri e dei suoi bambini, debitori dell’immaginario fantastico e avveniristico dei cartoni animati di Go Nagai e soprattutto dei film di Hayao Miyazaki. Eppure, non è il linguaggio formale dei manga il vero movente della sua ricerca, quello, per intenderci, che ha ampiamente plasmato il lavoro di tanti artisti contemporanei, non solo quelli orbitanti intorno alla Kaikai Kiki, la factory del fondatore del movimento Superflat, ma anche quelli che ingrossano le fila di alcune frange del cosiddetto Pop Surrealism americano.

Come la tecnologia, anche il linguaggio scelto dall’artista veronese è soprattutto uno strumento, un pretesto espressivo, per indagare a fondo (e in maniera comprensibile a tutti) il miracolo dell’innocenza e il suo carattere potenzialmente esplosivo. Ecco perché l’iconografia dei suoi dipinti e delle sue sculture pullula di mostri e chimere, esseri deformi e creature ibride che incarnano aspetti inquietanti oppure straordinari dell’esperienza infantile.
Giovanni Motta è interessato al recupero di stati emozionali, di attimi che si fissano nella memoria in forma di ricordi indelebili soprattutto nell’infanzia e nella pubertà, quando anche i più piccoli accadimenti sono vissuti con una grande intensità. Il mostro diventa allora la trascrizione visiva e immaginifica di una magia emozionale, di un picco energetico nel diagramma dei sentimenti quotidiani. La parola monstrum in latino indica il manifestarsi di un portento che sovverte l’ordine naturale delle cose. Secondo gli antichi, il mostro aveva anche il valore di un avvertimento, di un monito divino. Prodigiosa invece, per l’artista, è piuttosto la possibilità di plasmare un ricordo, di dargli corpo e sostanza in una forma eloquente, che è poi quello che fanno i bambini quando disegnano le proprie emozioni.
Non è un caso che i capostipiti dei tanti mostri di Giovanni Motta, Blue Julian e Red Atomic, siano nati dalla fantasia dei suoi figli, in foggia di piccole statuette di pongo. Questo aneddoto chiarisce come spesso le sue opere nascano da un rapporto stringente tra immaginazione e realtà. E, infatti, ogni scultura è, in qualche modo, collegata a un episodio presente o passato, a un ricordo che l’artista traduce nella grammatica allegorica e metaforica della creta modellata e della resina stratificata con la tecnologia della stampa 3D.

Presi tutti insieme, come ad esempio nell’installazione One Hundred Small Players, i suoi luccicanti e levigatissimi mostri compongono un esercito silente e variegato di memorie, un campionario che sviscera le casistiche emozionali dell’infanzia alla maniera di un bestiario fantastico e futuribile. Non ci sono repliche: i mostri sono tutti diversi. Ognuno di essi allude a una storia cui possiamo risalire solo decifrandone gli attributi specifici (corna, spine, tentacoli, guanti di gomma e cuori pulsanti) come fossero indizi di una memoria labile e imprecisa, che l’immaginazione beffarda ricompone a suo piacimento. Sono animelle dai contorni mobili con una fisionomia instabile, approssimativa e incompleta come quella dei fantasmi e dei poltergeist. Non somigliano ai graziosi mostriciattoli che i giapponesi includono nell’estetica kawaii, il tipo di cuteness che caratterizza celebri personaggi come Hello Kitty o Miffy, dai tratti nitidi, lineari, facilmente riproducibili e che servono a suscitare sentimenti di tenerezza.
I mostri di Motta non sono cuccioli, sono prodigi, solidificazioni di una magia potente e magmatica, per natura destabilizzante. Perfino nei dipinti, eseguiti con una tecnica che sfiora la perfezione della stampa digitale, i suoi mostri sembrano formare una marea ribollente e caotica, che somiglia solo superficialmente a un pattern grafico.
Dentro ogni quadro, per quanto possa apparire simile a una texture dai colori intensi e vibranti, questi esseri fluttuano trascinati da un’invisibile corrente, irresistibile e violenta quanto le spirali di un maelstrom.
“L’infanzia è un incubo”, scriveva Sheldon Kopp, ma la sua era ovviamente la prospettiva dello psicanalista alle prese con le conseguenze dei danni provocati dagli adulti sulla psiche dei bambini, quegli stessi che, a distanza di anni, sarebbero diventati suoi pazienti.
Eppure, l’esperienza del trauma è intimamente connessa all’infanzia, a prescindere dal contributo degli adulti. Quando non è di tipo fisico e organico, il trauma si riferisce all’irrompere di un’emozione improvvisa e violenta, capace di provocare un’alterazione nell’attività psichica. Si tratta, quindi, di un evento inevitabile nel processo di crescita di ognuno. Giovanni Motta ha intuito la similitudine tra il traumatico e il mostruoso e ne ha fatto l’oggetto della sua ricerca individuando, nell’arco temporale tra i sette e i dodici anni di vita, il periodo di massima turbolenza emotiva.
La sua prospettiva è, però, quella del bambino, o meglio del fanciullo interiore, che incarna l’unica possibilità di riscatto per l’uomo. Per Giacomo Leopardi era una voce nascosta nel profondo di ogni individuo, un impulso che sfugge ai sensi e alla ragione, ma è capace di entrare in contatto col mondo attraverso l’immaginazione. Per Giovanni Motta è, invece, la facoltà di recuperare il senso magico dell’esistenza, di riallinearsi con le forze primigenie e soprannaturali che producono ogni vera esperienza vitale.
Tra i lavori dell’artista ci sono immagini che esprimono emblematicamente questa facoltà come, ad esempio, How to Capture the Essence in an Afternoon Sleep, un dipinto che rappresenta un bambino addormentato, mentre precipita, metaforicamente, nel vuoto pneumatico di un sogno popolato di mostri, epifenomeni, ancora una volta, di chissà quali oscuri tripudi e segreti palpiti dell’anima. Quello che colpisce, però, in questo dipinto così come nel trittico plastico in cui compare il medesimo bambino, è l’innocenza stessa, quella disarmante purezza di spirito che è forse la più alta forma di energia e di potere dell’universo. Qualcosa che ci fa pensare a quando eravamo più giovani, al modo in cui tutto ci sembrava più vivido, e che ora avvertiamo come una nostalgica, salvifica tensione verso la miracolosa autenticità dell’infanzia.