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Retrato #18

Retrato #18

Retrato #06

Retrato #06

Retrato #13

Retrato #13

Nato a Mar del Plata (Argentina) nel 1956.

Dal 1987 lavora come docente di fotografia presso l'Escuela de Artes Visivas di Mar del Plata.
Nel 2002 è stato selezionato tra 1600 fotografi internazionali e invitato a partecipare a East International a Norwich (UK), tra le dieci esposizioni d’arte contemporanea più importanti d’Europa.
Nel 2003 la Fondazione Antorchas gli concede un contributo per la produzione artistica.
Il Centro Cultural de España a Buenos Aires, patrocinato dal governo spagnolo, e TRAMA, patrocinato dalla Rijksakademie Van Beeldende Kunsten di Amsterdam, lo selezionano per alcune borse di studio.
Ha esposto il proprio lavoro in Argentina, Brasile, Svizzera e negli Stati Uniti. Nel 2010 il Museo d’Arte Contemporanea di Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, gli ha dedicato una personale.
Ha partecipato a numerose fiere internazionali come ART BASEL, ART CHICAGO, ArteBA (Buenos Aires), PHOTO MIAMI, FotoRio (Rio de Janeiro), PINTA (New York), Contemporary Photography (Miami).

Attualmente vive e lavora in Argentina.

Ci sono molti modi per raccontare una città. Lo si può fare con la letteratura, con le parole, con le metafore. Lo si può fare con gli odori, i sapori, i gusti, i profumi. E naturalmente lo si può fare con le immagini. Molto spesso raccontare una città attraverso un'immagine significa raccontarne l’involucro, l'aspetto esteriore, i percorsi architettonici, che tanto rivelano della sua struttura interiore, della sua storia, passata e presente. Significa focalizzarne gli spazi vuoti e quelli pieni, i luoghi condivisi e quelli isolati.
Descrivere una città attraverso i suoi edifici, le strade, il traffico è ampliare l’osservazione sulle solitudini, così come sulle aggregazioni. Sono molti i progetti, splendidi, in questo senso che abbiamo visto in questa ultima edizione della 10ª Biennale dell'immagine, intitolata appunto alle “Città divise e plurali”. In molti di essi l’assenza della figura umana è solo apparente: essa viene percepita comunque, ma inversamente alla rappresentazione oggettiva.
L’identità collettiva di un luogo è frutto di moltissime componenti e altrettante variabili: chi l’ha costruita, chi la abita, chi la governa, chi la frequenta, la ama o la odia, partecipa in misura diversa ma pur sempre fattiva al carattere sociale di un paese. L’identità di Raul La Cava (e parlo naturalmente del fotografo, e non solo dell’uomo) è profondamente argentina, e intimamente radicata nella sua terra d’origine. Nelle sue serie (alcune già esposte qui alla Galleria Doppia V, penso a quella magnifica dei Camper, ad esempio) le intenzioni sono soprattutto quelle di testimoniare un'identità attraverso oggetti rappresentativi di una cultura e di un modo quotidiano di vivere il territorio. Che è molto diverso dal nostro.
E lo è, a maggior ragione, anche nella serie che presentiamo oggi, Retratos, realizzata nel 2007 e che si inserisce perfettamente nell’imprinting tematico di questa Biennale.
Innanzitutto questi ritratti sono sì ambientati in luogo definito ma esso non è immediatamente riconoscibile (appena percepibile l’orizzonte marino sullo sfondo): siamo sulla rambla di Mar del Plata, una celebre località balneare. L’obiettivo dell’autore è dunque ben lontano dalla riproduzione geografica, naturale o urbanistica del luogo. La sua è una pura Sinèddoche visiva, una rappresentazione retorica di un tutto attraverso una sua parte, che diventa metodologia espressiva.
La realtà che qui viene messa in scena (e l’espressione è puramente intenzionale) è quella di una località frequentata da un turismo di provenienza quasi totalmente nazionale: una moltitudine tale di personaggi (per estrazione, origine, colori e ruoli) da contribuire in maniera sostanziale all’identità articolata e stratificata di un luogo che vede disorientati i propri limiti geografici.

A Raul non interessa però cogliere le persone all'interno di una dimensione quotidiana e collettiva. A lui interessa poter esprimere un luogo e la sua identità attraverso la singolarità di esistenze che nella frequentazione abituale ne condividono lo stile e contribuiscono alla percezione di un’unitarietà oggettiva.
Per questo motivo ha creato un set artificiale in cui lasciar esprimere liberamente questi passanti occasionali, trasformandoli nei protagonisti consapevoli e artefici della loro stessa immagine. A loro La Cava ha lasciato totale libertà espressiva e interpretativa, ha loro ha consegnato la decisione finale sull’esito e la percezione dell’immagine. La scelta dei soggetti è puramente casuale, come le loro pose ed espressioni. Nessun suggerimento da parte dell’autore, nessuna imposizione, nulla a modificare la celebrazione narcisistica che essi intendono lasciare.
Non è l'Argentina dei combattenti e dei poeti che qui si vuole rappresentare ma quel ricchissimo sottobosco di personalità multiple, socialmente e culturalmente diversissime che alla fine vanno a costituire una fetta importante dell'immagine di un luogo a vocazione turistica, dove chi lo frequenta con assiduità concorre alla creazione della sua identità al pari, se non in maggior misura, di chi vi lavora e vi si confonde.
Il paradosso attorno cui ruota l’intero progetto, e l’aspetto socialmente e artisticamente più interessante, è – a parer mio – proprio nel conflitto tra spontaneità e artificialità: gli esiti sembrano frutto di un’attenta costruzione di costumi e posture quando queste sono invece l’aspetto più sincero dell’intera mise–en–place. Il risultato finale è frutto di una condivisione apparente: il fotografo mette a disposizione un’idea e la strumentazione perché questa si possa realizzare. I soggetti, accettando di gestire completamente l’immagine, diventano – inconsapevolmente – gli emblemi di una classe media in transito. Sembianze a cui è demandata la responsabilità della loro stessa autorappresentazione.
Ritratti pieni, a figura intera, cromaticamente carichi di una luce che riflette abbronzature e corpi "attrezzati" per una giornata in spiaggia. Il loro concedersi all’obiettivo è parte integrante di un processo creativo che connota la circostanza di una presenza in arbitrio creativo.
Quel “mettersi in mostra” ottiene però un risultato antropologico, ed è quello che oggi ci interessa: attraverso questa serie l’idea percepita dell’identità del luogo è sì sfaccettata, ma limpida, linguisticamente comprensibile. Ed emerge con forza il suo carattere sociale, al pari delle immagini di stampo urbanistico. La prospettiva è inversamente applicata, ma ugualmente efficace: città che parlano di uomini, ma senza figure / uomini che descrivono luoghi, ma senza coordinate.